Pelobianco
Quando Lorenzo Cerciello, mi ha detto: Devi fare un post su Pelobianco, a 25 anni, sembrava essere sceso dal pero, mi sono chiesto: ma chi è Pelobianco?
Abbiamo cominciato a chiedere in giro e ho scoperto un universo. Sono usciti fuori centinaia di aneddoti divertenti, racconti che mi hanno fatto ridere a crepapelle anche se non conoscevo il personaggio.
Lo scrivo perché desidero sul serio una cosa semplice: che chi l’ha conosciuto scriva qui sotto un ricordo su di lui, un commento che faccia rivivere dei momenti, una frase, una battuta, un’immagine nella mente. Questo post mi farebbe piacere completarlo insieme.
A Brusciano alcune cose non le trovi facilmente, te le ricordi per il suono che producevano: il suono di tromba che attraversava il pomeriggio, il suono delle ruote sull’asfalto, l’odore di limone, di ghiaccio o di brodo di polipo in inverno.
Antonio Sposito, conosciuto da tutti come Pelobianco. Brusciano, anni ’70 e ’80: le strade diverse da oggi, i ragazzi all’aperto, le mamme sui balconi, un paese che viveva all’unisono, lento, a tratti un po’chiassoso, erano i tempi in cui, per mantenere i bambini a casa, si diceva: se esci ti prende la mala polomba.
Pelobianco girava per Brusciano e da lontano sentivi: Gelaati... gelatriniiiii... voi mi volete? Io me ne voglio andare. Non si trattava del solito venditore, ma di una pratica quotidiana: la tromba squillava e il paese si animava, bambini che correvano giù, monete strette tra le dita, risate, richiami, una piccola folla attorno al carrettino che era spettacolare guardare.
Era marketing senza manuali, era teatro senza palco, era Brusciano che si riconosceva in una voce. Ogni fine estate Pelobianco cambiava pelle: via il ghiaccio, dentro il brodo di polipo e le zuppe di cozze. A quel tempo un caffè costava 50 lire e, con le stesse 50 lire, Pelobianco ti serviva una tazza di brodo; e se desideravi di più, te lo metteva, ma in particolare ti aggiungeva la ciampa di polipo. La gente faceva due calcoli e si rendeva conto che era vantaggioso.
All’inizio di via Mariano Semmola, da lì per i bruscianesi è già giù al paese, comprò il circolo dei cacciatori: lì nacque un’altra idea semplice e geniale, una rivoluzione per quei tempi, tranquilla, funzionale, tangibile, brodo di polipo, zuppa di cozze, zeppole e panzarotti. A un certo punto si presentarono problemi, controlli, obiezioni, conflitti, ma lui non si fece abbattere: andò a Napoli, prese la licenza e tornò più forte di prima. Da lì in poi la storia di Antonio Sposito, classe 1944, non fu più solo quella di un venditore ambulante, diventò un pezzo di identità di Brusciano.
Pelobianco non era uno che si nascondeva, non usava giri di parole: schietto, immediato, privo di filtri, a Napoli si direbbe: nun se fa passà ’a mosca pe’ ’o naso. Gli piacevano gli applausi, si divertiva con tutti, ma prima di tutto voleva rispetto.
Aprì un ristorante: Da Pelo Bianco, un nome che rappresentava già un marchio, ma i due istanti in cui spendeva tempo e passione, davvero, erano la Festa dei Gigli e il Carnevale: lì esprimeva tutto ciò che portava dentro, inventava personaggi, si travestiva, inventava situazioni, era veramente uno spasso guardarlo.
Un altro aneddoto che ha fatto sorridere il paese è stato che, durante gli anni di Maradona, comprò un asino solo per omaggiare il Napoli: lo portava in giro, lo fece diventare spettacolo, risate a più non posso, perché Pelobianco sapeva una cosa semplice: la vita è dura, ma non devi smettere di far ridere la tua gente. Mi hanno raccontato della corsa a piedi con il Malanca, lui vinceva sempre.
Antonio Sposito, detto Pelobianco, se ne andò nel 1994, ma non è mai sparito davvero. Oggi vive nelle foto, nei racconti, nei commenti di chi c’era; vive nella pagina Brusciano Museo dei Ricordi, Brusciano Story. Ogni foto è una porta che si riapre, ogni commento è una voce che torna, e Pelobianco è lì, al centro di tutto, come se il paese avesse scelto lui per raccontarsi: non per caso, l’economia di strada, l’intelligenza popolare, la capacità di stare tra la gente senza sentirsi superiore a nessuno.
Pelobianco non ha lasciato monumenti, non ha lasciato discorsi, non ha lasciato targhe ufficiali: ha lasciato il suono di una tromba nelle strade, il sapore di una granita d’estate, il calore di un brodo di polipo in inverno. Ha lasciato l’idea che il lavoro, fatto bene e con dignità, vale più di mille parole e, soprattutto, ha lasciato una lezione semplice: puoi essere umile e diventare grande.
A Brusciano, quando si parla di Pelobianco, non si parla solo di una persona, si parla di un modo di vivere, di una presenza che a distanza di anni è ancora nei cuori di tutta Brusciano.
Ora tocca a voi: scrivete qui sotto un ricordo, un aneddoto, una frase. Facciamo vivere Pelobianco insieme.
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