Il terreno dei sogni (non tuoi)
C’era una volta un lembo di terra che pareva fatto apposta per ospitare qualcosa di speciale.
Si sussurrava di un rifugio per i piccoli, un approdo sereno dove far crescere desideri leggeri e risate future. Un’idea nobile, quasi incantata.
Ma… la fretta bussò prima della prudenza. Le mani si misero all’opera ancor prima che la mente potesse prendere fiato. L’entusiasmo scivolava veloce come vernice fresca. Finché, tra un mattone e l’altro, qualcuno domandò — con voce gentile, ma puntuta:
“Per curiosità… siete certi che quel suolo sia davvero vostro?”
Cadde il silenzio, quello denso, che sa di sguardi bassi e tosse improvvisa.
Cominciò allora la caccia al tempo perduto: mappe sbiadite, firme oblique, carte dimenticate nei cassetti dove il sole non arriva mai. E intanto, chi aveva osato porre la domanda cominciava a sentire addosso occhi e mormorii:
“Se salta tutto, è colpa tua.”
Perché a volte, si sa, è più comodo prendersela con la sveglia che ti ricorda l’ora, piuttosto che con chi si è messo a dormire.
Così, del terreno si cominciò a parlare sempre meno. Lasciato lì, sotto uno spesso strato di emozioni, delusioni e puntuali impuntature. Come se fosse più affascinante naufragare con ardore che navigare con rotta chiara.
Nel frattempo, le monete cominciarono a girare, silenziose e numerose. Una consulenza senza eco. Un inciampo che nessuno spiegava più. E una domanda che restava sospesa tra le nuvole basse:
“E se qualcuno costruisse la propria dimora sul prato del vicino, fingendo che fosse in vendita?”
Perché quando si sogna in grande, serve prima di tutto un terreno che regga il peso.
E se quella base è fatta d’aria, anche il castello rischia di svanire al primo soffio.
Forse è solo una storia da raccontare ai bambini. O forse no.
Forse qualcuno, tra le righe, sapeva. E ha preferito guardare altrove.
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